Emanuela Franchin, la luce che squarcia la materia

Era il 2002, Emanuela Franchin debutta nel mondo dell’arte con un minimalismo legato alla natura e allo studio formale e del mezzo. Le sue prime opere sono rappresentazioni molto personali ed intime di fiori. Grandi corolle, che raccontano il fiore in maniera estremamente mirata a coglierne la grazia poetica.

La prima evoluzione stilistica, anche grazie agli insegnamenti di Piovan, artista contemporaneo veneto, si è compiuta nel 2006 muovendo i primi passi nella paesaggistica minimale ed essenziale delle sue opere del periodo. È in questo frangente che si è sviluppato l’interesse dell’artista per l’emozione, raccontata attraverso il suo modo di sentire il particolare dell’immagine pittorica.

Il 2010, l’anno di una grande svolta e dell’adesione al “Metaformismo” su invito di Giulia Sillato. Attraverso gli insegnamenti del maestro romano Mario Salvo perfeziona e finalizza i suoi studi sull’utilizzo tecnico della spatola stratigrafica.

La svolta avviene nel modo più radicale possibile, passando da un formalismo intimista a un intimo informale; la ricerca si sposta, attraverso l’esercizio della tecnica, nell’area mentale ed emotiva del colore.

Ne sono un esempio “Risacca”, o “Surf”, entrambi quadri del 2012. L’artista è già molto meno legata a una visione materiale dei concetti che propone. Ciò che ci ricorda un mare fermo, o il moto delle onde, non sono delle immagini pienamente significanti, ma il colore steso per ricordarci quella sensazione. Qualcosa di vivo che l’autrice definisce i “codici dell’anima”. La materia si fa onda attraverso il moto della spatola e si rifà colore nella stasi e nella placidità della risacca.

L’artista nel corso di dieci anni è passata da elementi visuali (sempre meno nitidi) ad astrazioni del sentimento, dove racconta le espressioni delle emozioni, degli stati d’animo, di visioni interiori che si amplificano attraverso una ricca gamma cromatica.
A conferma del suo percorso artistico, nel 2018 viene selezionata dalla Commissione ed accolta come artista socia dal Museo “La Permanente” di Milano.

Lo stile dell’autrice è profondamente accogliente, una grande armonia e un senso di quiete pervadono tutte le composizioni, da cui traspaiono tracce di ricordi e quelle che l’artista definisce le “vibrazioni emozionali”. Il colore si fa a tratti materico, a tratti, con un netto contrasto sfuma grazie a un “sistema tonale” utilizzando campiture stratificate da trasparenze e delicate velature che a seconda della luce, si trasformano in infinite tonalità.

Il gesto viene abbandonato in un amalgama più sfumato, e la ricostituzione del sentimento avviene tramite il desiderio di trasmettere un messaggio ricco di sensazioni positive; quell’energia positiva che accompagna fragilità e grandezze dell’essere umano anche attraverso le tempeste, le avversità della vita, un bene che viene presentato attraverso colori

pieni, e strati di materia che si addensano e creano forme evocative. Si può pensare davvero che, quando parla di “paesaggi dell’anima”, lei voglia proporre la parte più bella e forse anche meno accettata della vulnerabilità degli esseri umani.

Per l’artista nessuna bellezza interiore deve essere abbandonata.

Attraverso lo studio materico che questa artista compie, come direbbe Fosco Maraini, viene messo a nudo il suo Endocosmo, il luogo interiore che ogni individuo possiede. Per gli artisti presentare il proprio endocosmo significa tirar fuori dalla propria interiorità la visione del mondo che si portano dietro, è un concetto personale fatto di attenzioni, conoscenze e desideri.

L’universo di Emanuela Franchin si basa su una sensibilità particolare, dal punto di vista tecnico e cromatico, che le consente di comunicare temi e stati d’animo al pubblico di ogni nazione e per questo si veicola facilmente. Il suo è un universo fatto di scambi, i paesaggi dell’anima delle persone entrano in contatto con il suo e tra di loro.

Nei suoi quadri esistono sempre colori che ricordano delle emozioni calde e familiari, la positività che la accompagna è contagiosa, soprattutto nelle tele dell’ultimo ciclo, e squarcia di luce una materia tecnicamente strutturata fino ad arrivare come un caldo abbraccio sulle spalle di chiunque guardi.

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